La costruzione di una comunità

Dopo aver seguito, come operatore del progetto Leggere per rimanere protagonisti, un intervento di tipo culturale rivolto agli anziani di San Frediano a Settimo, ho proposto all’Amministrazione Comunale di realizzare, sempre con il supporto della Cooperativa Il Delfino, un intervento di comunità sul medesimo quartiere, il Villaggio Santa Maria.

Una panoramica del Villaggio Santa Maria
Una panoramica del Villaggio Santa Maria

Il progetto, proposto fin dall’estate del 2006 ma realizzato nel corso del 2007, l’ho chiamato Macondo, prendendo come spunto il paese descritto da Gabriel Garcìa Màrquez nel suo Cent’anni di solitudine, facendo muovere i numerosi affascinanti personaggi nell’intreccio avvincente tra storie individuali ed evoluzione collettiva della comunità. Cito dall’incipit: “Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

L’idea di base del progetto, nata dalla constatazione della profonda disgregazione del quartiere a causa del modo in cui è stato costruito (edificando nel nulla case ERP e di edilizia sovvenzionata senza alcun servizio) mirava a promuovere la partecipazione alla vita comunitaria e la formazione di un nucleo di persone attive che potessero gestire lo spazio del Centro Il Girasole ed iniziare a costruire un tessuto sociale più coeso, in grado di prevenire e farsi carico dei problemi emergenti.

In questo progetto ho tentato, senza le dovute forze (sia umane che economiche), di mettere in pratica quanto appreso e visto in varie interessanti esperienze: dal laboratorio del CEM condotto da Davide Bazzini, l’esperienza del progetto Mentelocale a Torino, ai vari seminari in cui venivano presentati i progetti al Social Forum di Parigi e all’incontro con Salvatore Tummino di Martini Associati. Un’altra esperienza che mi aveva molto incuriosito era quella di Storie dell’abitare, dove si cercava di promuovere un intervento di comunità attraverso la narrazione autobiografica.

Il percorso del progetto è stato realizzato attraverso un’attenta rilevazione delle informazioni (accedendo alle banche dati ufficiali), effettuando delle interviste semistrutturate alla popolazione presente nel quartiere e promuovendo dei focus groups che hanno portato alla formazione di un nucleo di residenti disponibili a costituire un comitato di quartiere che interloquisse con l’Amministrazione. Non riporto i dati né i nomi per rispettare la privacy e non dilungarmi troppo su passaggi che, comunque, meriterebbero ben altro approfondimento metodologico.

Tuttavia, proprio quando questo gruppo iniziava a formarsi, ancora bisognoso di essere guidato e sostenuto, il progetto si è concluso senza avere alcun esito e il Comune di Cascina non ha provveduto a rifinanziarlo, senza dare forza al costituendo comitato che avrebbe potuto, in prospettiva, promuovere la costruzione del tessuto sociale di un vero e proprio paese e non di uno dei tanti quartieri dormitorio, come li conosciamo nelle periferie delle grandi città. Peccato…

La partecipazione è sempre un’arma a doppio taglio.

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