Ancora un po’ di neve appiccicata

Nel vedere le campagne imbiancate e nel sentire i rumori attutiti da questa nevicata record, mi torna in mente il racconto di Italiano Santerini finito su Il Fogliaccio oltre un anno fa…

Il titolo dell’articolo era “Da un po’ di nève appiccïàta“, la storia di un ragazzo di Fornacette, dotato di grandi capacità, a cui era capitata l’occasione della vita ma, per inesperienza e paura, spinto dai genitori, ha rinunciato a spiccare il volo e, in tarda età, ormai ricoverato in una casa di riposo, se ne pente.

In una delle nostre chiacchierate, sdraiato sul letto, un po’ stanco, raccontando quasi a fatica, soffermandosi sulle gioie e sui dolori di una vita, Italiano evoca un episodio che affiora lontanissimo, eppure nitido, dalle nebbie della sua memoria.

«Da un po’ di nève appiccïàta e tutto… Uno che faceva lo scultore da cinquant’anni, lo poteva fa’… Ma un bimbetto non arriva mïa e ti fa una cosa di quel genere lì! Io si, invece. Questo è Mussolini e questo è Hitler. Eh, proprio! Avevo quattordici anni, era una cosa un po’ fuori del normale, giusto? Allora… È lunga! Il parla’ è lungo…» Prima della guerra, ai tempi del Patto d’Acciaio, Italiano Santerini è un bambino che fa una cosa fuori dal comune, che desta l’attenzione di tutto il paese di Fornacette: due pupazzi di neve che rappresentano Hitler e Mussolini, i due grandi capi in quel lontanissimo inverno.

Ma la neve si scioglie in fretta e anche i giochi svaniscono, mentre emerge la necessità di trovare lavoro.

«Io sono stato in diversi posti di lavoro… Da ragazzo a òmo fatto, capito? E mi domando: “Ma guarda cosa facevo e sono rimasto inchiodato qui!?!”… Il mio essere non è stato ripagato, ecco! Capito?»

Italiano è agli sgoccioli del suo tempo e, ripescando questo episodio lontano in cui si era messo in mostra, non riesce a fare a meno di collegarlo a tutto il resto della vita, una vita che, adesso, gli appare al di sotto delle sue possibilità.

«Mah!?! A quattordici-quindici anni, faccio una cosa… Come? Che viene un paese intero a vedere cosa avevo fatto! Io, bimbetto, non feci caso di quello che avevo fatto; voglio dire: in seguito, quando capii cosa valevo, era troppo tardi! Eh! Ho fatto qui, ho fatto là; ero a lavorà lì, ero a lavorà là; e non mi sono accòrto di quello che valevo. Ero a fa’ ‘r falegname e mi dicono “Non c’è più lavoro, vai in un artro posto.” Non andai mïa a fa’ ‘r facchino, insomma… Il mio mestiere era fa’ ‘r falegname: ero piccinìno quando iniziai a scarda’ la ‘olla… Arrivai a un punto che avevo una ventina d’anni, e mi dicono che non c’è lavoro. Te dove vai? Eh!?! Allora vado da un amico che lavorava, faceva il meccanico. Dice: “Vieni”. Sono andato là che non conoscevo nemmeno il calibro e quello mi dà il lavoro a cottimo, a fallo, a mettilo sopra il tornio. Uno che non è di mestieri, come fa a fallo? Eh?!»

E invece Italiano ce la fa: da falegname diventa meccanico, cambia mestiere. E su questa esperienza, sulle sue capacità, sulla sua flessibilità, immagina che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. E la sua memoria viaggia ancora indietro e ripesca un altro episodio della gioventù, quando la sua vita avrebbe potuto prendere una svolta decisiva.

«A diciott’anni sono stato a Tirrenia dove facevano il cinematografo, coi vecchi… Io bimbetto ero già coi vecchi a fa’ quello che facevano loro! Dove giravano i film, a contatto con le persone… Amedeo Nazzari, Paola Barbara, tutti questi artisti, tanto donne che òmini. ‘un ce n’era mïa che aveva quante me, non ce n’era nessuno! Erano tutti òmini vecchi, òmini fatti, che venivano trasportati da una parte e dall’altra dietro a Forzano che aveva i su’ òmini: “Bisogna fa’ qui, bisogna fa’ là!” Anche a fa’ ‘r cine ci vòle un po’ di testa sennò che ci sei a fa’ lì? Non ho preso quella strada perché: intanto Forzano mi voleva porta’ a Roma, perché da Tirrenia fu trasportato a Roma. Perché ‘r filme che a Tirrenia era intitolato ‘È sbarcato un marinaio’ era finito e il personale che era stato a lavora’ lì se lo portò a Roma: anziani, vecchi, se ne andarono dietro. Ma io quando dissi a’ mïa: “Lo sai? Mi vogliono porta’ a Roma…”. “A Roma!?!” – il mi’ babbo, la mi’ mamma – “Ma che sei matto? Ti vogliono porta’ laggiù? A che fa’? Cosa fai?” Mah!?! Ero giovane… Invece mi ero incanalato in quella situazione, tutte cose… Mah!?! Tutte cose… Ci sarebbe da parla’ un anno!»

Dopo aver chiacchierato una decina di minuti, Italiano è stanco e interrompe il racconto.

Mi rimane solo la sensazione di un discorso personale, intimo, che stava facendo con sé stesso, nel tirare le somme della sua vita, in cui mi sono intromesso un po’ per caso, provando a inseguire con lui il senso del suo passaggio su questa terra, bisogno estremo e profondo di ogni persona.

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