Should I Stay or Should I Go?

10418529_10202925483809208_8019670255810458143_nQuando penso alle persone che ho conosciuto, dal tempo in cui ho iniziato a realizzare che il mondo era un po’ più ampio del giardino di casa, mi viene in mente solo una persona che, dal punto di vista di quel me adolescente, ce l’ha veramente fatta.

Gli altri hanno cercato di accomodarsi: hanno provato a ricalcare le orme dei propri padri oppure hanno tentato di andare oltre quello che avevano vissuto, per tornare a un modello socialmente accettato.

Qualcuno era già arreso a 15 anni, qualcuno si è arreso col tempo. Pochi altri non si sono arresi, in direzione ostinata e contraria nonostante i compromessi col reale.

Quasi tutti – me compreso – non sono riusciti a tracciare una via nuova, a lasciarsi dietro le spalle il paese, la famiglia, gli amici. E, dal punto di vista di quel me che ero, non ce l’hanno fatta.

Eppure, mentre ammiro – e forse invidio un po’ – Lorenzo Manzo, il me adulto pensa che ogni volta che sento dire “In Italia non c’è futuro, occorre andarsene” penso che c’è un valore nel tentare un percorso nella propria terra, diventare un custode delle memorie di chi se n’è andato e provando a trasmetterle a chi sta arrivando.

Creare qualcosa, provarci insieme agli altri.

Forse questo ha un senso.

Oltre al fascino eterno della fuga verso nuovi orizzonti.

Come dice Pavese, un paese ci vuole. Non fosse altro che per andarsene…

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