Should I Stay or Should I Go?

10418529_10202925483809208_8019670255810458143_nQuando penso alle persone che ho conosciuto, dal tempo in cui ho iniziato a realizzare che il mondo era un po’ più ampio del giardino di casa, mi viene in mente solo una persona che, dal punto di vista di quel me adolescente, ce l’ha veramente fatta.

Gli altri hanno cercato di accomodarsi: hanno provato a ricalcare le orme dei propri padri oppure hanno tentato di andare oltre quello che avevano vissuto, per tornare a un modello socialmente accettato.

Qualcuno era già arreso a 15 anni, qualcuno si è arreso col tempo. Pochi altri non si sono arresi, in direzione ostinata e contraria nonostante i compromessi col reale.

Quasi tutti – me compreso – non sono riusciti a tracciare una via nuova, a lasciarsi dietro le spalle il paese, la famiglia, gli amici. E, dal punto di vista di quel me che ero, non ce l’hanno fatta.

Eppure, mentre ammiro – e forse invidio un po’ – Lorenzo Manzo, il me adulto pensa che ogni volta che sento dire “In Italia non c’è futuro, occorre andarsene” penso che c’è un valore nel tentare un percorso nella propria terra, diventare un custode delle memorie di chi se n’è andato e provando a trasmetterle a chi sta arrivando.

Creare qualcosa, provarci insieme agli altri.

Forse questo ha un senso.

Oltre al fascino eterno della fuga verso nuovi orizzonti.

Come dice Pavese, un paese ci vuole. Non fosse altro che per andarsene…

Riflessioni sul potere

Ricordo l’estate del 2003, una delle più calde del decennio, in cui appena laureato e con la testa completamente sgombra, speranzoso di avere di fronte centomila opportunità, mi tuffai in un libriccino incontrato in una cartolibreria marinara che parlava di fenomenologia del potere.

Venivo da anni in cui – per citare De André – il potere l’avevo scagliato dalle mani, o almeno avrei voluto farlo; anni fatti di incontri di gruppo, di metodo del consenso, di decisioni condivise, di eguaglianza non solo come utopia ma come tensione di una prassi quotidiana.

Da lì a poco Fossati avrebbe parlato di “quel poco di potere che cura la nevrosi, eppure ahimé la espande ai desideri dei mediocri“, ribadendo che l’idea di avere potere per esercitare nei confronti di qualcuno o qualcosa la propria volontà, ottenendo il corrispondente risultato, non fosse la strada per raggiungere il benessere personale, sicuramente non quello interiore.

Per caso – e lo dico veramente sul serio, senza temere smentite – mi sono ritrovato Presidente della Fondazione Casa di Riposo Belvedere di Lari, a far fronte a un Consiglio di Amministrazione composto di persone per lo più incompetenti (in senso tecnico) riguardo alle decisioni sulla gestione di un Ente svolgente attività assistenziale rivolta ad anziani bisognosi e non autosufficienti.

Così gli interessi da conciliare non sono convergenti, non sempre tutti tendono a mettere al primo posto il benessere dell’Ente che sono chiamati ad amministrare sic et simpliciter. Ma viene fuori altro: la mia storia, le ragioni per cui siedo in quel consiglio di amministrazione, chi devo aiutare, cosa ci guadagno, cosa ne penseranno le persone a cui devo rendere conto o la cui considerazione mi preme.

Tutto questo va a discapito di un’azione condivisa e coesa, che tende al buon funzionamento dell’Ente.

Mi viene quasi da pensare che possano funzionare meglio i CdA delle società per azioni: almeno lì lo scopo è unico e molto chiaro per tutti: guadagnare!

Solo in questo modo, quando c’è un obiettivo unico da perseguire insieme, il potere può essere distribuito e condiviso.

Negli altri casi deve essere esercitato da chi lo detiene, all’interno delle regole del gioco.

Penso.

 

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